Macao: poker e follia

C'è chi arriva nella Sin City orientale con il portafoglio gonfio e poi torna a casa in mutande dopo poche ore. C'è chi, invece, come il Pro Alec Torelli, si sente a proprio agio tra i milioni volanti. Laggiù si fa sul serio: basta un attimo per stroncare la carriera.

Alec Torelli
Se Las Vegas rappresenta l'eccesso, Macao rasenta l'estremo. Negli ultimi anni la metropoli cinese si è trasformata in un crocevia di skillati poker Pro e facoltosi businessman in cerca di fortuna. Ne sono nate alcune delle partite high stakes più pazze di sempre, ben oltre qualsiasi standard immaginabile. Un ambiente in cui sopravvivono solo i migliori e, tra coloro che ormai vedono Macao come una seconda casa, c'è lo statunitense Alec Torelli.
 
"È un posto davvero incredibile: un mondo talmente diverso da quello a cui siamo abituati, da suscitare reazioni estreme. O lo ami o lo odi" commenta il 26enne pro californiano. "Per quanto riguarda il poker, di recente la scena è cambiata parecchio. Rispetto agli anni in cui solo pochissimi giocatori vi si avventuravano, ora i professionisti internazionali che vanno lì a giocare sono davvero tanti e la competizione è molto tosta".
 
Spesso, quindi, oltre al denaro finiscono sui tavoli anche l'ego e l'orgoglio in sfide appassionanti tra soli Pro, dove nessuno è disposto a ritirarsi e dove i giochi diventano sempre più grandi. Tuttavia, sedersi tra i player che contano, non è sempre facile. "Quando le poste sono enormi diventa assai complicato partecipare. Ci sono tantissimi fattori che entrano in campo e bisogna anche tenere conto della discontinuità: ho avuto una settimana in cui ho giocato letteralmente 96 ore di poker, sempre con blinds superiori a 500/1.000, e 14 giorni consecutivi in cui non ho toccato una sola volta il panno verde". 


Anni di sacrifici bruciati in un solo giorno? È già successo...

Le strategie per sconfiggere avversari e varianza non cambiano. Bankroll management e mindset d'acciaio sono i due pilastri su cui costruire i propri trionfi, anche e soprattutto in partite dove le cifre a 6 zeri sono la norma o quasi. "Bisogna riuscire a prender sonno la notte quando un solo, piccolo errore, o una carta sfavorevole al river ti sono costati una fortuna. Bisogna alzarsi il giorno dopo pronti ad affrontare di nuovo il gioco e a combattere dando il meglio di sé. Non c'è spazio per l'autocommiserazione. Se perdi la concentrazione, rischi troppo o ti monti la testa, sei rovinato. L'ho visto accadere più di una volta: carriere e bankroll interi che vengono spazzati via dopo due sole sessioni negative; 24 ore di scarso decision making che annullano anni di lavoro e sacrificio. Non è uno scherzo laggiù". 

Secondo Alec, però, c'è un altro fattore decisivo: il riposo. E lui spesso tende a privilegiarlo ai limiti dell'eccesso. Il motivo? "Il poker è un gioco mentale, e i player sono umani. Se non si è pronti alla sfida o ci si sente stanchi o agitati, bisogna saper quittare, anche se si è nel bel mezzo di una partita. Io ho abbandonato alcuni dei tavoli migliori di sempre, coi miei colleghi che mi davano del pazzo, pur sapendo che, sulla carta, avevano ragione. L'ho fatto perché la vita va al di là di quello che sta scritto sulla carta; perché gli esseri umani sono emotivi. L'avere questa consapevolezza è assolutamente necessario per resistere nel mondo del poker e fa sì che il proprio successo possa essere duraturo".

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