Max, re del poker

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      april4
      Bronzo
      Presente da: 09-13-2008 Contributi: 1.530
      articolo su Magazine Corriere della Sera articolo on line qui

      UN CAMPIONE DA MILANO A LAS VEGAS. sul magazine in edicola
      "Guai ai giocatori se lui dice punto tutto"
      «All in» è la formula che decide le partite di poker hold’em. Si gioca dal vivo e online. Max Pescatori, vincitore di tornei da milioni di dollari, ci svela i segreti

      «Check». La parola in inglese significa “controllo”, “verifico”, con intonazione assai rigorosa. In Italia, di questi tempi, è un segnale di riconoscimento: distingue chi gioca a poker hold’em dai vecchi habitué che praticano ancora il poker vecchia maniera, quegli antiquati che si ostinano a dire “cip” per proseguire la partita senza aggiungere nuove puntate. «Check», risponde Max Pescatori. E lo ripete anche dopo il river, ovvero le prime tre carte che vengono messe scoperte sul tavolo, buone per tutti i giocatori da combinare con le due che tengono in mano. È una trappola, si scoprirà poi, perché sono calati un 5, un 8 e un Jack, e lui proprio un Jack ha in mano, assieme a un 9. D’altronde Pescatori è un professionista, un campione mondiale, uno dei non molti italiani che si sono fatti valere a Las Vegas: quinto al tavolo finale delle World Series of Poker nel 2005, addirittura primo l’anno successivo. È mattina e lui non è freschissimo. Ha finito di giocare la notte prima alle 2 e mezzo: «Un torneo on line, di quelli flash, velocissimi: i giocatori non partono con molte fiches e bui e controbui aumentano in rapida successione. Nei tornei lunghi la fatica conta, eccome.

      Capita di stare al tavolo per un paio di giorni, con brevissime interruzioni. E, nella fase finale, riuscire a restare lucidi costa uno sforzo notevole. Però è decisivo». Un’intervista davanti a un tavolo coperto di panno verde, le carte in mano e un mucchietto di fiche davanti non è frequente. Ma non è insensata giocando a poker hold’em. Perché una delle caratteristiche della partita è che si parla parecchio, si chiacchiera ma anche si sfida e si sfotte gli avversari. La provocazione, il bluff – che nel poker vecchio stile erano solo gestuali o simbolici con le puntate – qui sono verbali e appariscenti. «A me non danno noia. Ma qualcuno ci casca e perde la testa. Nel circuito professionistico ci sono gli specialisti di questa strategia: Mike Matusow è soprannominato The mouth, la bocca, perché non smette mai di sproloquiare durante la partita». Anche Pescatori, del resto, non è un tipo anonimo. Ai tavoli si presenta con occhialoni neri – ma questo lo fanno moltissimi giocatori – e una bandana tricolore sul capo, e questa ce l’ha solo lui. Intanto guarda una minuscola porzione delle carte, sollevandole appena dal tavolo: «In genere c’è sempre gente intorno. Le carte americane, poi, hanno solo due cifre agli angoli, non quattro come da noi, ma sono più grandi, si distinguono subito ». Meglio vincere in Usa o qui?: «In Italia è speciale perché ho tanti fan. Ma è bello anche in Usa, con quel pubblico internazionale ». Spesso d’eccezione, anche ai tavoli: «Attori come Matt Damon. Oppure sportivi famosi. Ho giocato con tennisti come Sampras e Blake. Ma le celebrities vengono volentieri a giocare. Perché lì non sono più tali. Lì quelli famosi siamo noi. Loro sono solo degli sfidanti che vogliono misurarsi con chi è di bravura accertata. Le star siamo noi e loro vengono trattati come persone normali. Credo che gli faccia piacere per una sera. È anche la prova di come questo gioco sia tranquillamente accettato in Usa. Non c’è un’aura di peccato. In Italia ancora non è così. Ho giocato con calciatori famosi ma guai se facessi il loro nome…”.

      GRANDI CALCOLATORI - La mistica dell’hold’em – perché di questo, ormai, si tratta, con libri, programmi tv, un’infinità di siti anche di pura teoria del gioco – si proietta nei cieli della matematica. Con elaboratissimi calcoli probabilistici in base alle combinazioni capitate in mane e ancor più elaborate proiezioni sugli sviluppi possibili. «Le percentuali contano e bisogna averle presenti. Del resto, io ero bravo in matematica fin da piccolo: il compito lo copiavano tutti da me», spiega Pescatori mentre scopre la carta del turn, un 2 che non sembra cambiare molto la situazione: «Ma vanno valutate anche altre variabili per vincere. Io sono amico di veri geni della matematica che però, all’hold’em, non arrivano mai al tavolo finale». Dipende anche dalle serate tv che corredano ogni mano di percentuali mutevoli e spesso, alla fine, illusorie. «La televisione influen za molto. La gente guarda come si comportano i professionisti e cerca di adattarsi: pause, esitazioni nei rilanci per depistare, strategie di gioco. La prima volta che arrivai al tavolo finale a Las Vegas comprai cento bandane come quella che porto e le distribuii fra il pubblico. L’anno dopo, all’inizio dei mondiali, c’erano sei-sette persone che la portavano uguale: un paio, magari, avevano proprio quella che avevo distribuito ma gli altri l’avevano semplicemente imitata». In effetti questo tipo di poker è molto coreografico. Non solo per le fogge dei giocatori o i battibecchi. Le partite finali si svolgono praticamente in un teatro. E la resa televisiva è certificata dal successo di tante trasmissioni. «Un torneo è un reality show in sé stesso», osserva Fausto Gimondi, responsabile contenuti per Gioco Digitale, il sito on line che ha Pescatori come testimonial, esperto di fiducia e attrazione di richiamo per i tornei più importanti.

      IL MOMENTO DELL’ALL IN - Va detto che il segno distintivo del “check” non riguarda un ristretto club di iniziati. La voga dell’hold’em è dilagata in pochi mesi. Sia dal vivo, con innumerevoli tornei nei circoli di mezza Italia, sia con la proliferazione delle partite on line: 2 miliardi di raccolta previsti per il 2009, quattro volte le aspettative. E c’è anche chi ha lanciato una linea d’abbigliamento ispirata al gioco: Bluff. Siamo alla fine dell’intervista e della mano. Lui rilancia. Nel river – l’ultima carta che viene scoperta – è uscito un 8. Ottimo per lui. Ha doppia coppia e la trappola scatta. Ma rilancio anch’io: all in, la formula per dire che gioco tutte le fiche che possiedo. In mano ho due cinque, con quello scoperto faccio tris. La mia trappola è peggiore della sua, ho vinto tutto. «Porca miseria, mi fai fare brutta figura», si adombra Pescatori. Che devo dire? Capita. E lui precisa: «D’altronde l’heads up (la partita fra due soli giocatori al tavolo; ndr) non è la mia specialità».
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